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Archive for agosto 2011

 

What a waste, I could’ve been your lover
What a waste, I could’ve been your friend
Perfect love is like a blossom that fades so quick
When it’s blowing up a storm in May

Travel south until your skin turns, woman
Travel south until your skin turns brown
Put a language in your head and get on a train
And then come back to the one you love

Yeah, you’re great, you’re just part
Of this lifetime of dreaming
That extends to the heart
Of this long summer feeling

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La natura di chi è solito incespicare nell’incomunicabilità è costellata dai marchi fiammanti di riflessioni continue, spesso improduttive ma raramente immotivate.

Nel mezzo di una di esse, ho imboccato un sentiero che a posteriori ho realizzato essere sospeso dentro me da tempo, scalciante e desideroso di sentirsi trasformare in pensieri, confusione, nuvole e, forse, questo testo scritto.

Ricostruendo, furiosamente, selvaggiamente e senza freni, le mie recenti -e non- esperienze di vita con le paure che si son portate appresso, ho individuato questo drammatico snodo che attanaglia me ed una percentuale probabilmente infima della popolazione mondiale: il salto dal virtuale al reale.
Escludi, caro lettore, almeno per un istante i rapporti che stai immaginando, traviati da una malefica, malata incapacità di darsi una tridimensionalità, confinati nei più grossmaniani rapporti epistolari o negli infruttuosi corteggiamenti scorrazzanti tra gli angoli bui dei social networks. Sono materia per gli illusi, come e più del sottoscritto, e la chance di vedersi cadere addosso la torre dorata di aspettative crescenti è innegabilmente alta ad ogni passo, ad ogni nuova riga composta, ad ogni stravolgimento emotivo così difficile da interpretare e filtrare se nascosto dietro la scrittura e non la comunicazione de visu.

*quanto vorrei non sapere PERFETTAMENTE cosa si provi in ogni istante di un rapporto così vacuo, tentennante e irrealizzabile… eppure…*

Escludili, sforzati almeno tanto quanto sto facendo io, sospinto verso ricordi che divergono nettamente e amaramente dal cuore della mia riflessione.

Incanalandomi su un flusso più sano, conscio e voluto di immagini del mio vissuto, mi rendo conto che successi ed insuccessi vengono radicalmente condizionati dalla -diffusa?- abitudine a puntellare i rapporti sulla base di conversazioni che di reale hanno solo i polpastrelli di chi le compone.

Che sia colpa dei social networks, delle distanze, della pigrizia media dell’italiota, o soltanto dell’apparente sensazione di leggerezza che pervade sorgenti e destinazioni quando c’è un monitor a interporsi tra il nostro e il Suo sguardo?

bbbboh.

Eppure traballa ogni singolo mattoncino di conoscenza accumulato dietro LED e tasti meccanici. Di per sè potrebbe sembrare stabile, addirittura migliore della timida avanzata di un rapporto tattile & olfattivo & visivo, capace solo di incastrarsi dentro ogni sciocchezza senza mostrare segni di avanzamento evidenti tanto quanto quelli internettiani….

La mia verità, però, è che nel breve termine la scrittura offre un’immagine di noi completa ma distorta, esaltata dall’apparente assenza di freni inibitori, difficoltà di espressione, scoordinazione, mancanza di tempismo…

Tutti frammenti di noi che, nè più nè meno della gigantesca sensibilità mostrata dietro le rincuoranti coccole MSN-istiche offerte & ricevute, condizioneranno ogni momento trascorso occhi-negli-occhi.

La silenziosa urlante presenza di questa nuova coscienza dentro me mi ha fatto distanziare da comportamenti che ho tenuto per molti anni, nei confronti delle persone più disparate e con le quali le basi della relazione erano quanto più differenti possibile (uomini donne innamorati odiati e bboh): niente più confessioni a cuore aperto date o apprese a distanza maggiore di un metro, nè ora, nè in futuro.

Se non posso recuperare i rapporti che ho intaccato con la mia superficialità di inguaribile timido, quantomeno posso tentare di salvare i prossimi, sperando che i preesistenti mi offrano il lento -asfissiante- riscatto del quale ho bisogno per scalfire, e poi distruggere, e poi restaurare le loro alte aspettative nei miei confronti.

Anche in questo, anche in questo resto un illuso.

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Vienna.

Centro commerciale “Muller”.

 

Scorro i gruppi, incrocio i Mogwai a caso.

 
Becco “The Hawk is Howling”.

Turbinio di pensieri. La vita è una merda.

 

E i crucchi hanno buona musica, li mortacci loro.

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