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Archive for aprile 2012

Untitled

“Find me in the books
and find me in the music.
I hide there for you.”
—     Tyler Knott Gregson

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Take this by heart pt.4

Il problema non è se ne valga o meno la pena, il problema è che le persone quando le mandi via perchè ti hanno disgustato o deluso lasciano delle voragini immense nella tua esistenza, nella quotidianità, e il percorso per tentare di tappare questi buchi (non con altre persone, non funziona) è intricato, pieno di insidie, e rischi di metterci i tuoi piedi nei buchi che tu stesso vedi ad ogni passo e queste voragini vanno ben oltre la sessualità sono voragini causate e compenetrate con la quotidianità, con le frasi che hanno il sapore della normalità, delle cazzate con cui ciascuno di noi riempie le sue giornate, sono le voragini di chi si trova a non poter più aiutare un’altra persona, a non potersi più sentire felice perchè LEI è felice.

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Me, My Yoke and I (pt. 3)

 

HMMMMMMM

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Me, My Yoke and I (pt. 2)

Consuelo Angioni dixit: hai fatto un torto a qualcuno? hai pronunciato il nome di dio invano? che hai fatto michè??

 

Michele ‘Cloudscraper’ Marconi : “no, non riesco neanche a parlare male delle persone che sono ragione della mia sofferenza, figurati se faccio del male a qualcuno (anche solo figurativamente)”.

 

Consuelo Angioni : “allora non so come giustificare il tuo karma.”

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Me, my yoke and I (pt. 1)

La gente non si accorge di niente: sa, eppure non si accorge, o si sforza di non accorgersene. E’ brutto quando ti rendi conto che l’unica cosa veramente privata è la sofferenza.

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About Wishes and Conscience

“- Mettiamola così. Uno si alza al mattino, fa quel che deve fare e poi la sera va a dormire. E lì i casi sono due: o è in pace con se stesso, e dorme, o non è in pace con se stesso e allora non dorme. Capisci?
– Sì.
– Dunque bisogna arrivare alla sera in pace con se stessi. Questo è il problema. E per risolverlo c’è una strada molto semplice: restare puliti.
– Puliti?
– Puliti dentro, che vuol dire non aver fatto niente di cui doversi vergognare. E fin qui non c’è niente di complicato.
– No.
– Il complicato arriva quando uno si accorge che ha un desiderio di cui si vergogna: ha una voglia pazzesca di qualcosa che non si può fare, o è orrendo, o fa del male a qualcuno. Okay?
– Okay.
– E allora si chiede: devo starlo a sentire questo desiderio o devo togliermelo dalla testa?
– Già.
– Già. Uno ci pensa e alla fine decide. Per cento volte se lo toglie dalla testa, poi arriva il giorno che se lo tiene e decide di farla quella cosa di cui ha tanta voglia, e la fa. Ed eccola lì la schifezza.
– Però non dovrebbe farla, vero, la schifezza?
– No. Ma sta’ attento: dato che noi non siamo calzini ma persone, non siamo qui con il fine principale di essere puliti. I desideri sono la cosa più importante che abbiamo e non si può prenderli in giro più di tanto. Così, alle volte, vale la pena di non dormire pur di star dietro a un proprio desiderio. Si fa la schifezza e poi la si paga. E solo questo è davvero importante: che quando arriva il momento di pagare uno non pensi a scappare e stia lì, dignitosamente, a pagare. Solo questo è importante.”

Castelli di Rabbia” – Alessandro Baricco

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Your hand in Mine

Il lettore immagini due mani.

Due mani sospese immobili nel vuoto, per ora: niente relitti di corpi umani attaccati ad esse, niente senso di movimento, niente arterie pulsanti o muscoli in attività o cervelli che troppo pensano.

Soltanto due mani, una di uomo ed una di donna.

Immagini, poi, uno strano marchingegno con due fessure, simili a maniglie di una porta scorrevole.
L’oggetto in questione è composto di tante listelle d’acciaio, capaci di piegarsi su se stesse o di allinearsi e permettergli di massimizzare la distanza tra le due maniglie.
Se si chiude al massimo, le due ‘maniglie’ vanno a sovrapporsi, a baciarsi, a coincidere. Diventano una sola, ci si può restare dentro solo manonellamano.

Pensate, ora, alle mani che, singolarmente e distaccate dall’esistenza, afferrano consciamente ciascuna un estremo di questa fisarmonica per polsi.

Metafora di rapporti che approdano ad un’identità comune, ad un’isola sparsa nel gigantesco marasma della vita quotidiana, di un avvicinamento incompiuto ma tangibile come è tangibile il duro acciaio.

Ora plasmate un essere umano dietro ciascuna mano: quella graziosa, curata e paffutella della ragazza delinea se stessa sulla scia di quelle impercettibili macchie di colori ad olio che non si decidono ad andare via.

Quella rugosa, sofferente e torturata dell’uomo sussurra di ansie che imperterrite gli devastano le unghie, troppo pensare è per lui la punizione al suo essere com’è. Non l’ha scelto.

I due non si guardano, sono troppo concentrati sui propri mondi, sulle proprie vite, per rendersi conto che la tetra macchina da avvicinamento sta pericolosamente trascinando il polso dell’uno nelle grinfie dell’altra. E viceversa, e viceversa. Lasciano che il calore corporeo faccia il suo sporco gioco, tic-tac, si piegano sempre più sezioni dell’attrezzo che li tiene distanti.

L’inseguimento è inconscio fintantochè gli sguardi restano distaccati.

Poi, ed è un attimo, lo schianto.

Occhi-negli-occhi, coscienze-cooperanti-in-conflitto, tatto-contatto, problemi-soluzioni, la stessa maniglia è lo stesso letto che ci catapulta nelle stesse sensazioni, se mi guardi ancora così muoio, buon compleanno Michele, vai al concerto senza di me Michele, il tuo sapore ovunque, lasci la mia mano, graffio la tua mano, mi piego nuovamente su me stesso, allontanamento, assenza, troppo pochi i soli miei problemi per me.

Il mio sperma sulla tua schiena, sorridente.

 

 

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