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Archive for febbraio 2012

A memo to myself

“Non si può seminare senza prima arare. Prima si deve spaccare la terra.”

A. Baricco – “Senza Sangue

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Who let the doubts out?

Il bagaglio di emozioni, espressioni, ricordi che una persona costruisce dentro di me nel corso del tempo passato assieme è l’unico realistico, funzionale contraltare alle insicurezze, alle ataviche serpeggianti ansie che decidono di strisciare tra me e me nonostante la razionalità imponga ad esse di tenersi distanti dal mio cuore.

La costruzione di questo bagaglio nello sforzo di allontanarmi dai dubbi è ciò che marca con gigantesche emoticon sorridenti gli attimi e le persone che tale bagaglio giungono a possederlo, nel profondo del mio cuore.

Che si tratti di mattoncini fatti di SMS, di conversazioni notturne, di sorrisi occhinegliocchi, del tepore di un paio di guance o di un odore che oramai saprei riconoscere nella folla, il risultato è il medesimo, saldo nel suo travalicare le abitudini del Michele insicuro, figlio di molti anni fa, fino a coccolare sapientemente chi sono ora

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Quando la gente ti dirà che hai sbagliato, e avrai errori dappertutto dietro la schiena, fregatene. Ricordatene. Devi fregartene. Tutte le bocce di cristallo che hai rotto erano solo vita, non sono quelli gli errori, quella è vita e la vita vera magari è proprio quella che si spacca, quella vita su cento che alla fine si spacca. Io questo l’ho capito, il mondo è pieno di gente che gira in tasca con le sue piccole biglie di vetro, le sue piccole tristi biglie infrangibili, e allora tu non smetterla mai di soffiare nelle tue sfere di cristallo, sono belle, a me è piaciuto guardarle, per tutto il tempo che ti sono stato vicino, ci si vede dentro tanta di quella roba è una cosa che ti mette l’allegria addosso non smetterla mai e se un giorno scoppieranno, anche quella sarà vita, a modo suo meravigliosa vita.

A. Baricco – castelli di rabbia

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It’s snowing inside me

Dovrebbe rappresentare la calma, questa neve del cazzo.

Come se bastassero il candore e la capacità di evocare momenti tradizionalmente dolci per mettere a tacere tutte le voci che mi urlano dentro.
Non la sopporto. Mi nega la facoltà di scegliere, io che della mia capacità di orientamento ho fatto una ragione di vita. Io che vengo stimato perchè so decidere, perchè posso decidere, mi trovo ad essere impotente di fronte all’urto della polvere bianca.

Non posso spostarmi, ho una bufera che si avvolge su sè stessa davanti a me, il vetro a separarci.

Avrei voluto correre, inseguire l’odore della preda, gettarmi su di te con desiderosa rabbia già da giorni, e invece devo restare qui, ancorato al desiderio che, stillante, mi rimbomba nelle orecchie e nel petto senza darmi realmente tregua. Desiderio sorridente, soffice, che riempie i polmoni più che svuotarli e lasciarmi spaesato o senza fiato: ma pur sempre desiderio, travolgente com’è sua natura e assetato del sangue delle mie abitudini.

Predatore assopito, devo soggiogare l’istinto con la ragione, come troppo spesso ho fatto e come troppo spesso rimpiango di essermi permesso.

Affogare nei tuoi occhi, e nient’altro.

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Adesso sono una pioggia spenta
dopo che l’orma del tuo cammino
si è fermata ai miei occhi.
Che ciglio devastante il tuo!
Come mi penetri le ossa!
Se piangessi, tu verresti a riprendermi.
Ma io ho bisogno del mio dolore
per poterti capire.

*Alda Merini*

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